Roger Abravanel
Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto 
ed. Garzanti Libri, 2008
Roger Abravanel, rinomato guru della consulenza aziendale dopo una vita trascorsa in McKinsey, non poteva scegliere un momento più propizio per lanciare il suo ultimo libro, Meritocrazia. Non si tratta della solita denuncia sul Paese delle caste e dei raccomandati ma di un'analisi impietosa sulle radici della società più ineguale e ingiusta che ci sia, com'è quella italiana, e soprattutto di un set di quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più ricco e più giusto.
Quello di Abravanel è un libro ambizioso che ha l'evidente scopo di smuovere la morta gora della società italiana e di stanare la classe dirigente costringendola a prendere posizione sulle quattro ricette che vengono avanzate. Le proposte del libro spaziano dalla costituzione di una delivery unit, sul modello di quella di Tony Blair per misurare i risultati sostanziali e non puramente formali delle pubbliche amministrazioni, alla creazione di un'Authority del merito sulle liberalizzazioni nei servizi pubblici locali e a una affermative action per portare le donne più talentuose nei consigli d'amministrazione delle imprese, fino a quella che sta al centro di tutto il ragionamento meritocratico di Abravanel e cioè l'introduzione anche in Italia di un modello standard di test nazionali per creare l'eccellenza nel sistema scolastico.
Quale occasione migliore per una rivoluzione della scuola italiana di quella in cui alla guida del ministero della Pubblica istruzione arriva una donna, Mariastella Gelmini, che proprio della meritocrazia vuole fare la bussola della sua azione di governo, e che sul finire della scorsa legislatura ha presentato in Parlamento una proposta di legge per introdurre in dosi massicce la cultura del merito nella società italiana? Adesso il nuovo ministro ha davanti a sé un'ipotesi di lavoro molto concreta, quella elaborata da Abravanel, secondo cui la missione della Pubblica educazione deve essere rimodulata per «selezionare ed educare ciascuno secondo il proprio potenziale» alla luce di due grandi obiettivi: creare poche università eccellenti che diventino la fabbrica dei leader di domani e aumentare la mobilità sociale accrescendo la quantità e la qualità del capitale umano a disposizione del mondo del lavoro.
Per Abravanel la chiave di questa rivoluzione meritocratica è l'introduzione anche in Italia di un sistema di testing nazionale per misurare il merito degli studenti e delle scuole. Il concetto di fondo è che l'eccellenza si realizzi selezionando i migliori studenti per le migliori università, che la scuola possa migliorare solo se si selezionano e si conservano i migliori insegnanti, che misurare la performance dei docenti è essenziale per migliorare la qualità ma che «l'unica misura della qualità degli insegnanti è il merito degli studenti» che va rigorosamente accertato su basi nazionali. Valutare il merito (che è la somma di talento e impegno) degli studenti permetterebbe di stilare graduatorie tra le scuole e di metterle in concorrenza dando alle famiglie la possibilità di scegliere le migliori anziché accontentarsi di quelle sotto casa secondo la assurda e burocratica logica dei bacini d'utenza.
Realizzare una rivoluzione di questa portata non è semplice e per prima cosa - come suggeriva anche la proposta Gelmini - bisogna affidarsi alla valutazione di un'entità terza, cioè di un'agenzia indipendente dal ministero che controlli la qualità del sistema e organizzi il testing nazionale sulla base di prove esclusivamente scritte. Il test può avvenire nelle diverse tappe del percorso scolastico ma quello alla fine della scuola secondaria superiore consentirebbe di realizzare anche in Italia «il sogno dei rivoluzionari del merito» e cioè di finanziare, con un sistema nazionale di borse di studio, gli studenti migliori per farli studiare, indipendentemente dalle loro condizioni economiche, nelle migliori università italiane ed estere. Una parte dei finanziamenti che lo Stato riserva alle università, anziché essere distribuita a pioggia, potrebbe cosi premiare gli atenei che attirano gli studenti più meritevoli e quelli che sfornano i migliori laureati. Si creerebbe così una concorrenza tra le scuole e tra le università basata sul merito ma anche su nuovi sistemi di accountability e di governance del sistema educativo.
Abravanel non è un visionario ed è il primo a sapere che un'operazione del genere equivale a una rivoluzione ma adesso il mondo funziona così: l'Italia non se n'è ancora accorta ma i test di merito sugli studenti sono una tradizione consolidata negli Usa come in Inghilterra e sempre più diffusa anche nei Paesi emergenti. E un modo per spezzare il circuito vizioso del demerito, nel quale si fa carriera solo per conoscenze e per anzianità, e per sostituirlo con il circuito virtuoso del merito, quello in cui i giovani si impegnano per eccellere, i migliori risalgono la scala sociale, si crea una leadership che promuove la concorrenza a tutti i livelli e che genera a sua volta fiducia nel merito.
Pura utopia? Nell'Italia di oggi parrebbe di sì e difatti l'immagine che oggi trasmettiamo all'estero non è più quella di un Paese dominato dal caos, dall'inaffidabilità e della mancanza di serietà ma quella, perfino peggiore, di un Paese la cui identità è riassunta in tre parole: stasi, anzianità e tristezza. Ma può durare ancora a lungo una situazione di decadenza e di stanchezza come l'attuale? Abravanel potrà anche peccare di ottimismo ma quando sostiene che «l'insoddisfazione per lo status quo è la molla essenziale per il cambiamento» dobbiamo solo sperare che abbia visto giusto e che, prima o poi, i fatti gli diano ragione.
pubblicato su Il Sole 24 ORE